
La guerra moderna raramente inizia con un singolo colpo. Comincia con segnali. Nel Golfo Persico uno di questi segnali è stato la recente chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, una dimostrazione breve ma sufficiente a ricordare al mondo dove si trova uno dei nervi vitali dell’economia globale.
Attraverso questo corridoio marittimo di appena 24 miglia transita circa un quarto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto. Controllarlo, anche solo per pochi giorni, può influenzare mercati, decisioni politiche e calcoli militari.
L’attacco avviato dagli Stati Uniti insieme a Israele apre ora uno scenario in cui questa geografia strategica torna a diventare un’arma. L’Iran ha già risposto con missili verso Israele, ma la sua vera leva potrebbe trovarsi non nei cieli ma sul mare.
Per anni la Repubblica islamica ha investito in droni, missili balistici e guerra navale asimmetrica. Le sue forze possono molestare petroliere, posare mine o lanciare attacchi a sciame con imbarcazioni veloci.
Non è necessario chiudere completamente lo stretto: basta renderlo incerto.
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