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Dal rombo alla presa elettrica: Ferrari ha scoperto che anche l’elettricità può indossare una cravatta rossa

Per decenni Ferrari ha costruito il proprio mito attorno al rumore. Non semplicemente il suono di un motore, ma un linguaggio emotivo capace di attraversare circuiti, autostrade e sogni adolescenziali. Per questo motivo, quando Sergio Marchionne definì “oscena” l’idea di una Ferrari elettrica, molti considerarono quella frase una sorta di giuramento eterno.

Poi è arrivato il tempo. E il tempo, si sa, ama divertirsi con le certezze assolute.

Così, a Roma, Ferrari ha presentato ufficialmente la Luce: la prima vettura di serie completamente elettrica della storia del marchio. Non un semplice esperimento ecologico, ma un’operazione quasi filosofica. Perché a Maranello non si sono limitati a costruire un’auto elettrica; hanno cercato di reinventare l’emozione stessa della guida sportiva.

La svolta più simbolica forse non riguarda nemmeno la batteria o i numeri impressionanti delle prestazioni. Riguarda piuttosto la scelta di affidarsi a LoveFrom, il collettivo creativo fondato da Sir Jony Ive e Marc Newson. Ovvero gli uomini che hanno contribuito a trasformare l’iPhone in un oggetto culturale globale. In altre parole: Ferrari è andata a cercare nella Silicon Valley qualcuno capace di reinterpretare il lusso nell’era digitale.

E il risultato è curioso, quasi ironico. Nel momento storico in cui molte automobili sembrano enormi tablet su ruote, Ferrari decide di riportare in abitacolo pulsanti fisici, leve, interruttori e dettagli meccanici raffinati. Come se qualcuno, a Maranello, avesse ricordato che il lusso italiano non vive soltanto negli schermi, ma anche nel piacere tattile delle cose ben costruite.

I numeri della Luce sembrano usciti da un videogioco futuristico: 1035 cavalli, oltre 310 chilometri orari e uno scatto da zero a cento in appena 2,5 secondi. Prestazioni da hypercar, non semplicemente da supercar. Ma Ferrari insiste nel dire che la velocità non basta. Un Ferrari deve emozionare ancora prima di accelerare.

Ed è qui che emerge il grande dilemma dell’auto elettrica: il silenzio. Per decenni il rombo del motore è stato parte integrante dell’identità Ferrari. Un Cavallino silenzioso rischiava di sembrare un’opera lirica senza orchestra. La soluzione scelta dagli ingegneri italiani è quasi musicale: sensori che captano vibrazioni meccaniche e le trasformano in un’esperienza sonora amplificata dentro e fuori dall’abitacolo.

L’autonomia, invece, non impressiona quanto il resto. I 530 chilometri dichiarati appaiono quasi conservativi rispetto ad alcuni concorrenti asiatici o americani. Ma Ferrari non ha mai venduto pragmatismo. Nessuno acquista una Ferrari per andare al supermercato o per calcolare il consumo energetico. Si compra desiderio, status, emozione.

La Luce rappresenta soprattutto un cambiamento culturale. Ferrari ha compreso che l’elettrificazione non è più soltanto una questione ambientale: è una trasformazione inevitabile del lusso contemporaneo. I governi spingono, i mercati cambiano e persino i milionari vogliono sentirsi futuristici mentre schiacciano l’acceleratore.

Eppure, nonostante batterie, software e algoritmi, la Luce conserva qualcosa di profondamente italiano: il culto ossessivo del dettaglio. Le guide dei sedili lavorate in alluminio, le bocchette orientabili, le leve ispirate all’aviazione e la cura quasi artigianale dell’abitacolo ricordano che Ferrari continua a vendere emozioni prima ancora che tecnologia.

Naturalmente tutto questo ha un prezzo astronomico: circa 440 mila sterline prima delle personalizzazioni. Ma forse il vero lusso sarà poter raccontare, un giorno, di aver assistito al momento in cui Ferrari smise di temere l’elettricità… senza perdere l’anima del Cavallino Rampante.

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