
C’è qualcosa di straordinariamente significativo in centinaia di giovani che fanno la fila per una fotografia con un antropologo.
Non è un cantante. Non è un attore. Non gioca a calcio. Non vende corsi per diventare milionari prima dei trent’anni e non promette la felicità in dieci comode lezioni.
Si chiama Biao Xiang.
Nato a Wenzhou, formatosi all’Università di Pechino e successivamente a Oxford, oggi lavora in Germania, dove dirige un dipartimento del Max Planck Institute for Social Anthropology.
Da anni studia migrazioni, lavoro, mobilità e trasformazioni sociali.
Un curriculum accademico di prim’ordine.
Ma la parte più interessante della storia comincia quando si riempie la sala.
Centinaia di giovani cinesi vanno ad ascoltarlo. Aspettano per incontrarlo. Fotografano il professore e diffondono le sue idee sui social.
Potremmo raccontare la curiosa storia dell’accademico diventato celebrità.
Sarebbe troppo poco.
La notizia non è Xiang. La notizia è la fila.
Che cosa cercano quei giovani?
Per decenni la trasformazione cinese ha alimentato una promessa semplice e potentissima: studiare, competere, laurearsi, trovare un buon lavoro, comprare casa, formare una famiglia e migliorare la propria condizione.
Non è, naturalmente, un’invenzione cinese.
Anche in Italia intere generazioni sono cresciute ascoltando una versione molto simile: studia, trovati un mestiere, lavora seriamente e costruirai qualcosa di migliore.
Il problema arriva quando la ricetta viene rispettata, ma il piatto tarda ad arrivare.
La Cina resta una gigantesca potenza industriale, commerciale e tecnologica. Sarebbe caricaturale descriverla come una società immobile o un’economia senza prospettive.
Ed è proprio questo che rende interessante la contraddizione.
Un Paese può costruire treni ad alta velocità mentre un giovane laureato non sa bene dove stia andando la propria vita.
Può esportare tecnologia mentre un altro giovane teme di non trovare un impiego stabile.
Può aumentare il proprio peso internazionale mentre all’interno alcune famiglie rivedono le certezze accumulate durante gli anni della grande crescita.
Non è una contraddizione statistica.
È una contraddizione umana.
Xiang ha trovato alcune parole per descriverla.
Parla di una condizione di “sospensione”: persone costrette a muoversi continuamente, a studiare, lavorare e competere non sempre per avanzare, ma talvolta semplicemente per non perdere quota.
Come un colibrì che batte freneticamente le ali per restare fermo nello stesso punto.
Forse la parte più faticosa non è volare.
È credere di non potersi mai fermare.
Poi c’è un’altra idea, apparentemente modesta e invece assai più profonda: “ciò che è vicino”.
Sappiamo cosa accade a Washington, Pechino, Mosca o Gaza pochi minuti dopo che è accaduto.
Abbiamo il mondo intero dentro una tasca.
Eppure possiamo non conoscere il nome della persona che abita due porte più in là.
Tra noi stessi e il pianeta esiste un territorio intermedio fatto di vicini, colleghi, negozi, strade, quartieri, famiglie e relazioni quotidiane.
Xiang invita a ricostruire proprio quel territorio.
La sua popolarità diventa allora più comprensibile.
L’ansia è particolarmente feroce quando un cambiamento collettivo viene interpretato esclusivamente come fallimento individuale.
Gli altri avanzano.
Perché io no?
Gli altri ce l’hanno fatta.
Dove ho sbagliato?
Quando la domanda riguarda una sola persona, lo specchio può fornire qualche risposta.
Quando cominciano a porsela milioni di persone, vale forse la pena aprire anche la finestra.
Questo non cancella la responsabilità individuale e non significa che lo Stato debba garantire a ciascuno successo, casa e felicità.
Significa semplicemente ricordare che nessuno costruisce la propria vita nel vuoto.
Mercato del lavoro, costo dell’abitazione, istruzione, tecnologia, aspettative familiari e andamento dell’economia entrano nella stanza insieme a noi.
Qualche volta occupano parecchio spazio.
Ed è qui che la vicenda cinese comincia ad avvicinarsi pericolosamente a casa nostra.
Perché anche un giovane italiano può studiare per vent’anni, collezionare qualifiche, accettare stage e contratti temporanei e scoprire che l’indipendenza economica continua ad aspettarlo qualche chilometro più avanti.
Le cause italiane non sono quelle cinesi.
Le dimensioni non sono confrontabili.
Le strutture economiche e politiche sono completamente diverse.
Ma una domanda attraversa sorprendentemente bene le frontiere:
A cosa è servito rispettare tutte le regole se, nel frattempo, qualcuno ha spostato il traguardo?
Forse è questa la ragione per cui un antropologo riesce a riempire una sala.
Non perché abbia trovato la soluzione.
Ma perché ha preso sul serio la domanda.
Una generazione non annuncia sempre il proprio disagio con una manifestazione.
A volte comincia molto prima.
Comincia inventando parole.
“Involuzione”.
“Stare sdraiati”.
“Sospensione”.
“Ciò che è vicino”.
Le parole nuove raramente nascono per capriccio.
Nascono quando quelle vecchie non bastano più per raccontare la vita.
Per questo la storia di Biao Xiang non riguarda soltanto Biao Xiang.
E nemmeno soltanto la Cina.
Riguarda una domanda che sta diventando sorprendentemente internazionale:
quando il mondo cambia più rapidamente della nostra capacità di comprenderlo, dove possiamo ritrovare il nostro posto?
Forse non sempre molto lontano.
Forse conviene cominciare da qualcosa che abbiamo smesso di guardare attentamente:
ciò che abbiamo vicino.
🖋️ © El Observador del Orden Global | 2026 — All Rights Reserved
© 2026 SalaStampa.eu, world press service – All Rights Reserved – Guzzo Photos & Graphic Publications – Registro Editori e Stampatori n. 1441 Turin, Italy
Fonti consultate: BBC; National Bureau of Statistics of China; Max Planck Institute for Social Anthropology.
