
All rights reserved
Ci sono notizie che, messe una accanto all’altra, sembrano discutere fra loro.
In Iran una corte d’appello ha confermato la condanna a 74 frustate contro Parastoo Ahmadi, cantante di 29 anni che nel dicembre 2024 si era esibita in un concerto trasmesso online senza indossare l’hijab obbligatorio.
La magistratura iraniana aveva aperto un procedimento dopo che il video era diventato virale. Ahmadi e altri componenti della sua band e della produzione sono stati condannati anche a restrizioni sulle attività audiovisive e al divieto di lasciare il Paese per due anni. Secondo i loro avvocati, l’appello è stato respinto senza neppure celebrare un’udienza.
A migliaia di chilometri di distanza, l’Italia si muove in una direzione apparentemente opposta.
Il Governo guidato da Giorgia Meloni ha approvato un provvedimento che impedisce di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto, salvo specifiche esigenze sanitarie o di sicurezza. Politicamente la misura è stata presentata come divieto di burqa e niqab nelle scuole.
Occorre fermarsi un momento, perché anche le parole indossano un abito.
Hijab, niqab e burqa non sono sinonimi.
L’hijab copre principalmente capelli e collo lasciando visibile il volto. Il niqab nasconde il volto lasciando scoperti gli occhi. Il burqa comporta una copertura ancora più estesa.
Non è una distinzione da dizionario. È la differenza necessaria per impedire che una questione complessa venga trasformata in una comoda guerra di titoli.
E soprattutto impedisce un paragone ingannevole.
L’Italia non sta facendo ciò che fa l’Iran, semplicemente al contrario.
Non esiste un’equivalenza ragionevole tra una norma amministrativa che vieta di nascondere il volto nell’ambiente scolastico e una sentenza che prevede 74 frustate per un’esibizione artistica compiuta senza l’abbigliamento imposto dallo Stato.
Mettere le due cose sullo stesso piano sarebbe facile.
E sarebbe falso.
Ma il fatto che siano realtà profondamente differenti non significa che non abbiano un punto di contatto.
Quel punto è il corpo umano quando entra nel territorio della legge.
A Teheran lo Stato stabilisce quanto una donna debba coprirsi. In una scuola italiana la nuova norma stabilisce quanto una persona non possa coprirsi.
Le ragioni, gli ordinamenti, le pene, la storia e le conseguenze sono incomparabilmente diversi.
Eppure, in entrambi i casi, un’autorità pubblica traccia una linea sulla maniera di vestirsi.
A quel punto il tessuto smette di essere soltanto tessuto.
Può diventare religione, identità, tradizione, sottomissione, ribellione, integrazione, sicurezza, protesta o libera scelta.
Dipende da chi lo indossa.
E soprattutto da chi decide.
Dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, molte donne iraniane hanno smesso di coprirsi i capelli come gesto di aperta sfida alle regole della Repubblica Islamica. Per alcune togliere il velo è diventato sinonimo di libertà, anche a costo di conseguenze gravissime.
Per una donna musulmana che vive in Europa, indossare una determinata veste religiosa può invece rappresentare una scelta personale, un’identità o una manifestazione della propria fede.
Il pezzo di stoffa può essere lo stesso.
La libertà, non necessariamente.
È questo il punto che rende insufficiente contare i centimetri di tessuto.
La domanda decisiva non è soltanto che cosa una donna indossi.
È chi abbia preso la decisione.
Lei?
La famiglia?
La comunità religiosa?
Oppure lo Stato?
Il Governo italiano sostiene che le nuove disposizioni scolastiche siano dirette a favorire integrazione, riconoscibilità e principi condivisi di convivenza. Il provvedimento comprende inoltre norme sulla distribuzione degli studenti stranieri con difficoltà linguistiche e sull’apprendimento dell’italiano.
Sono misure destinate ad alimentare una discussione politica, giuridica e sociale propria dell’Italia e delle sue scuole.
Il caso iraniano appartiene a un’altra dimensione.
Una società può discutere norme di identificazione, istruzione, sicurezza e convivenza. Ma quando una cantante rischia 74 frustate per essersi esibita senza coprire i capelli, la questione supera il confine dell’abbigliamento e raggiunge quello del castigo corporale esercitato dallo Stato.
Tra Roma e Teheran ci sono migliaia di chilometri.
Tra una sanzione amministrativa e 74 frustate c’è un abisso.
Tra una democrazia europea e la Repubblica Islamica esistono differenze istituzionali che nessun confronto serio dovrebbe cancellare.
Eppure le due notizie sono finite, quasi contemporaneamente, sullo stesso tavolo.
Forse perché, dopo secoli di leggi, rivoluzioni, costituzioni e solenni dichiarazioni di libertà, continuiamo a discutere una questione straordinariamente semplice da formulare e terribilmente difficile da risolvere:
quanto può ordinare lo Stato e quanto deve lasciare all’individuo.
Una donna si copre.
Un’altra decide di non farlo.
E in mezzo compare il potere, righello alla mano, pronto a misurare il tessuto.
© 🖋️ El Testigo del Tiempo | 2026 — All Rights Reserved
Editions: 🇮🇹 Italiano – 🇬🇧 English – 🇫🇷 Français – 🇦🇷 Spanish – 🇭🇰 中文(繁體)
© 2026 SalaStampa.eu, world press service – All Rights Reserved – Guzzo Photos & Graphic Publications – Registro Editori e Stampatori n. 1441 Turin, Italy
Fonti consultate: BBC Persian; ANSA; comunicazioni relative ai provvedimenti approvati dal Governo italiano.
