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L’ONU non serve. Però, per favore, ci ascolti

Facsimile del Trattato di Tordesillas (1494). L’immagine è utilizzata come riferimento storico al modo in cui trattati, confini e sovranità hanno cercato per secoli di dare ordine a una realtà politica che raramente rimane immobile.

Javier Milei è salito sul podio delle Nazioni Unite per spiegare, con un linguaggio decisamente poco diplomatico, che le Nazioni Unite servono a ben poco.

La scena possiede una certa eleganza involontaria.

Criticare l’ONU da una piazza significa protestare. Farlo dall’Assemblea Generale, davanti alle delegazioni, agli interpreti, ai funzionari e all’intero apparato diplomatico significa utilizzare il megafono dell’istituzione per annunciare che il megafono non funziona più.

Milei ha definito l’organizzazione “inutile” e ha attaccato quella che considera una casta burocratica protetta dietro buone intenzioni. Ha criticato il comportamento dell’ONU nei confronti delle dittature, del terrorismo, della pandemia e delle grandi agende internazionali.

Ma una questione ha occupato uno spazio particolare: le isole Malvinas, Falkland Islands per il Regno Unito, territorio britannico d’oltremare la cui sovranità è rivendicata dall’Argentina.

Ed è qui che il discorso diventa molto più interessante.

Il presidente argentino non ha annunciato l’uscita del Paese dalle Nazioni Unite. Non ha neppure rinnegato la diplomazia multilaterale. L’Argentina continuerà a partecipare ai forum internazionali, ha sostenuto, senza confondere la cooperazione con la subordinazione.

Per difendere la posizione argentina sulle Malvinas, tuttavia, Milei si è appellato proprio all’autorità di cui aveva appena denunciato la debolezza: quella delle istituzioni internazionali, delle loro risoluzioni e della necessità che le parole producano conseguenze.

Non è necessariamente una contraddizione.

Può essere interpretata anche come un’accusa più scomoda: il problema non sarebbe soltanto ciò che le Nazioni Unite dicono, ma la distanza tra ciò che dicono e ciò che riescono concretamente a ottenere.

Le Malvinas costituiscono un laboratorio quasi perfetto per questa discussione.

L’Argentina mantiene la propria rivendicazione di sovranità. Il Regno Unito la respinge e sostiene il diritto degli abitanti delle isole all’autodeterminazione. Le Nazioni Unite riconoscono da decenni l’esistenza di una disputa di sovranità e hanno invitato le parti a cercare una soluzione negoziata.

L’architettura diplomatica esiste.

La soluzione no.

Ed è precisamente qui che Milei ha concentrato la sua critica.

Se un’istituzione internazionale approva risoluzioni per decenni senza riuscire a modificare il comportamento delle parti, è legittimo domandarsi quale peso concreto conservi la sua autorità. La risposta, naturalmente, è molto più complicata che definire “parassiti” coloro che lavorano dentro il Palazzo di Vetro.

Perché le Nazioni Unite non sono mai state un governo mondiale.

Possono approvare risoluzioni, offrire spazi diplomatici, organizzare iniziative internazionali e costruire pressione politica. Ma restano un’organizzazione composta da Stati sovrani che difendono interessi propri.

Quando sono coinvolte potenze importanti, la distanza tra diritto, diplomazia e forza diventa particolarmente visibile.

La questione Malvinas lo dimostra da generazioni.

Milei ha aggiunto un elemento ulteriore. L’Argentina, ha detto, ha scelto una difesa pacifica, pratica ed efficace della propria posizione. Ha invitato nuovamente Londra al dialogo, ma ha anche avvertito che Buenos Aires non rimarrà semplicemente seduta ad aspettare che l’ONU agisca.

Quelle parole meritano attenzione.

Nel corso di settembre il Governo argentino ha già avviato procedimenti contro imprese e persone collegate alle attività petrolifere intorno alle isole e ha inviato al Congresso un progetto più ampio di Difesa della Sovranità Nazionale.

Che tali strumenti possano essere efficaci è una questione ancora tutta da verificare.

Ma esistono.

E questo conferisce un significato politico concreto alla promessa di “prendere in mano la situazione”.

Il discorso è andato molto oltre l’Atlantico meridionale. Milei ha riaffermato l’allineamento argentino con Stati Uniti e Israele, criticato le agende internazionali che considera eccessivamente interventiste e presentato l’Intelligenza Artificiale come una straordinaria opportunità economica e tecnologica che non dovrebbe essere soffocata dalla regolamentazione preventiva.

Molto bagaglio per un solo discorso.

Eppure le Malvinas sono diventate il filo capace di cucire insieme quasi tutti i pezzi.

Sovranità nazionale contro istituzioni multilaterali. Autorità contro burocrazia. Risoluzioni contro fatti. Cooperazione contro subordinazione.

E soprattutto una domanda che supera largamente Javier Milei e l’Argentina:

a cosa serve un’istituzione internazionale quando le sue parole non riescono più a modificare la realtà sulla quale pretende di intervenire?

La risposta facile consiste nel dire: a nulla.

Quella più scomoda consiste nel domandarsi cosa rimanga quando scompare anche quel tavolo.

Le Nazioni Unite possono essere lente, contraddittorie, burocratiche e dolorosamente impotenti davanti a determinati conflitti.

Sono però anche uno dei pochissimi luoghi nei quali quasi tutti gli Stati del pianeta possono sedersi sotto lo stesso tetto e dirsi, anche brutalmente, ciò su cui non sono d’accordo.

Ed ecco la piccola ironia della giornata.

Milei è arrivato a New York per dire alle Nazioni Unite che hanno perso autorità.

Le Nazioni Unite gli hanno fornito il podio, i microfoni, gli interpreti e una platea mondiale per poterlo dire.

E da quello stesso podio il Presidente argentino ha chiesto che una disputa discussa da generazioni dentro quell’organizzazione smetta finalmente di essere soltanto un’altra collezione di documenti accuratamente archiviati.

Forse la parola più importante del discorso non è stata “parassiti”.

Forse è stata una molto meno spettacolare:

conseguenze.

Perché le istituzioni internazionali, i governi e perfino i giornali possono sopravvivere a una frase infelice.

Ciò che difficilmente sopravvive a lungo è una parola che nessuno prende più sul serio.

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